Ischia di Castro - La Selvicciola

La necropoli dell'età del rame

Direttore: Patrizia Petitti
Gruppo di ricerca: Luciana Allegrezza, Eugenio Cerilli, Anna Maria Conti, Carlo Persiani, Loretana Salvadei

Foto aerea

La necropoli rinaldoniana della Selvicciola è stata individuata nel 1987 durante lo scavo del vicino complesso archeologico, comprendente una villa rustica romana e un cimitero longobardo.

L'importanza del complesso sta nell'ampiezza del contesto e nella sua buona conservazione: questi elementi, insieme alla applicazione di moderne metodologie di scavo, hanno consentito di modificare profondamente la ricostruzione a lungo proposta per la cultura di Rinaldone.

La necropoli si trova su un lieve pendio rivolto verso Sud, sul lato sinistro del Fosso Strozzavolpe, nel suo tratto finale prima della confluenza col Fiora. La presenza della villa romana, e in misura minore i lavori agricoli, hanno fortemente modificato la morfologia del luogo, condizionando la ricostruzione dell'aspetto originale del sito.

necropoli della Selvicciola planimetria

 

La sezione geologica ricostruita comprende tre termini; dal basso in alto si succedono un'ignimbrite, roccia di origine vulcanica, un deposito fluvio-lacustre costituito da materiale vulcanico di lancio o di rideposizione e una deposizione di travertini. Le tombe si trovano quasi al contatto col travertino, nella parte alta del deposito fluvio-lacustre, di consistenza molto meno dura del travertino e dunque di più facile scavo. La realizzazione del basamento su cui sorgeva la villa romana ha provocato l'asportazione del travertino nell'area della necropoli, causando la scomparsa del piano di campagna/calpestio dell'età del rame, piano nel quale erano appunto scavati i pozzetti di accesso, ed esponendo così le tombe al rischio di danneggiamenti a causa dei lavori agricoli.

Pianta e sezione  Le tombe sono costituite da una camera sotterranea la cui forma, se conservata, presenta pianta ellissoidale più o meno regolare cui si accede in discesa da un pozzetto irregolarmente quadrangolare o ellittico; la camera è chiusa da una lastra di travertino bloccata da un cumulo di sassi. In tre casi il pozzetto conduce a più ambienti, nella tomba 34 si tratta di due camere e nelle tombe 3 e 36 di una camera ed una nicchia. In questi ambienti sotterranei sono stati inumati gli individui appartenenti ad una comunità dell'età del rame o, con una parola tecnica, eneolitica: le ossa di alcuni individui sono state sottoposte all'analisi radiometrica che ha consentito di stabilire che la necropoli è stata frequentata dalla metà del IV millennio a. C. alla fine del III millennio a.C.

In base alla distribuzione delle strutture funerarie la necropoli si divide in due aree diverse: il settore Est, il cui margine orientale è costituito da una fila di tombe etrusco-arcaiche, profondamente incassate nel costone di travertino, ed il settore Nord, al cui interno si distinguono una fila di sette tombe e, subito ad Ovest, un gruppo di 10 strutture, apparentemente disordinato.

Interrogando i materiali rinvenuti nelle tombe, cioè le ossa umane e gli oggetti di ceramica, metallo e pietra che accompagnavano i defunti, si può stabilire che queste diverse aree corrispondono a diverse linee di discendenza esistenti all'interno della stessa comunità perché sia la disposizione delle ossa che la distribuzione dei materiali appare diversa secondo l'area considerata. Ad esempio, solo nell'area orientale si rinvengono oggetti di argento e antimonio, mentre strumenti ed armi di rame si concentrano nella fila settentrionale. Per la ceramica il tipo più caratteristico, quello che contraddistingue i gruppi rinaldoniani di questa zona della penisola italiana, è il vaso a fiasco che a Selvicciola è piuttosto raro. La distribuzione dei materiali organizzati secondo categorie generali conferma quindi la distinzione in due zone principali basata sulla sola analisi planimetrica.

Un aspetto specifico della necropoli della Selvicciola è lo studio dei trattamenti cui sono stati sottoposti i diversi individui inumati: la buona conservazione dei resti ossei e lo scavo condotto con metodi moderni e sotto il diretto controllo di un antropologo fisico hanno consentito di ricostruire rituali precedentemente del tutto ignoti, che aprono una finestra sul modo in cui comunità tanto antiche "pensavano" se stessi ed il mondo che li circondava.

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