Le tombe dipinte di Tarquinia

Restauri curati da Maria Cataldi 

tomba delle Leonesse: barriera trasparente

Nel 1986 il celebre etruscologo Massimo Pallottino lanciò un grido d'allarme per il degrado delle tombe dipinte della necropoli dei Monterozzi e ne decretò l'improcrastinabile chiusura al pubblico non intravvedendo soluzioni diverse a garantirne la conservazione per le generazioni future: per i sepolcri dovevano dunque prevedersi solo "visite virtuali".

Il tentativo di salvare le pitture staccandole dal supporto naturale e musealizzandole - messo in atto dall'Istituto Centrale del Restauro di Roma  negli anni '50-‘60 del secolo scorso e che portò al distacco delle pitture di sette sepolcri - non ebbe infatti ulteriore seguito, non solo perché la decontestualizzazione dei dipinti dal loro ambiente naturale contrasta con un corretto concetto di conservazione, ma anche perché l'esito dell'operazione negli anni ha rivelato il suo limite: le pitture, fissate su telai artificiali, perdono vivacità e brillantezza.

Ma proprio in  quegli stessi  anni ‘80 la Soprintendenza aveva dato avvio ad  una serie di indagini, studi e sperimentazioni - in collaborazione con l'Istituto Centrale del Restauro di Roma e con il Consiglio Nazionale delle Ricerche - circa l'esatta identificazione delle cause di degrado dei dipinti e la conseguente messa a punto di una strategia di interventi finalizzati alla conservazione in loco degli affreschi ed ad una loro contestuale pubblica  fruizione.

Accertato che il deterioramento delle pitture è dovuto essenzialmente alle variazioni di temperatura e umidità che si verificano all'interno del vano dipinto nel momento in cui questo viene visitato, si decise di sigillare le camere funerarie con barriere di vetro opportunamente attrezzate per evitare fenomeni di condensa, che permettessero una buona visione dell'interno della tomba ma -isolandola- consentissero nel contempo di mantenerne inalterate le condizioni microclimatiche.

Contestualmente alla chiusura del vano dipinto si attivarono ulteriori procedure quali l'installazione di impianti di illuminazione a luce fredda, disinfezioni per la devitalizzazione dei microrganismi biodeteriogeni, il diserbo chimico del terreno sovrastante la camera dipinta per bloccare la crescita in profondità degli apparati radicali, etc.

La prima barriera sperimentale fu installata nel 1989 e ad oggi nel settore della necropoli di Tarquinia aperto al pubblico sono visitabili 19 tombe dipinte ed il parco degli ipogei fruibili è destinato ad aumentare gradatamente nel tempo.

Operazione indispensabile per la conoscenza, la conservazione e la fruizione delle tombe dipinte è il restauro degli affreschi. Le attuali metodologie consentono di bloccare il degrado della pellicola pittorica conservando in situ le pitture, riportando in luce l'originale vivezza dei colori e non alterando l'originalità  dei dipinti. La Soprintendenza conduce da più di un ventennio annuali campagne di restauro e ad oggi più della metà dei circa 50 sepolcri dipinti accessibili nella necropoli tarquiniese sono restaurati: un risultato eccellente se si considerino i pochi fondi disponibili e il costo elevato che tali delicate operazioni comportano.

I risultati ottenuti, il cui riconoscimento ha portato all'inserimento della necropoli dei Monterozzi nella Lista  del Patrimonio Mondiale dell'Unesco, dimostrano che è possibile conciliare due esigenze ritenute fino a pochi anni fa incompatibili: conservazione e fruizione.